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IL MINISTRO ZAMBERLETTI A PIEVE FOSCIANA - 1/2/1985

 

Dopo la prima "allerta" data in Italia, a seguito del terremoto avvenuto nella zona della Garfagnana il 23 gennaio 1985, l'allora Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile On. Zamberletti, considerato da tutti il "padre fondatore" della Protezione Civile in Italia, si recò in Garfagnana per ringraziare personalmente la popolazione per aver seguito disciplinatamente le sue indicazioni e avergli permesso di poter continuare in seguito la sua iniziativa.

 

Questo video propone l'intervento integrale tenuto dal palazzo Comunale di Pieve Fosciana il pomeriggio del 1 febbraio 1985. Dopo questa visita a Pieve Fosciana, il Senatore Giuseppe Zamberletti, come aveva promesso in quell'occasione all'allora Sindaco Tognarelli ed al Presidente Cavilli, del C.A.V. di Pieve Fosciana fece pervenire alcuni contributi e diverse attrezzature, che negli anni seguenti hanno permesso al gruppo di volontariato di continuare in modo migliorare e soprattutto a specializzarsi nell'attività di solidarietà e di aiuto a tutta la popolazione.

40° ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO CHE COLPÌ IL FRIULI

 

Udine, 6 maggio 2016. In occasione del 40° anniversario del terremoto che colpì il Friuli il 6 maggio 1976, il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia si è tenuto in seduta straordinaria a Udine alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

TERREMOTO IN IRPINIA

 

Zamberletti  fu eletto alla Camera nel 1968 e sin da subito si impegnò sul fronte della difesa civile, lavorando a un disegno di legge che già dal 1970 si occupava di “norme sul soccorso alle popolazioni colpite da calamità” (legge n. 996). Quando però avvennero due terremoti dagli effetti significativi, in Friuli nel 1976 (due scosse, 6 maggio e 15 settembre) e in Campania e Basilicata, il 23 novembre 1980, si scoprì che questa legge ancora non aveva i regolamenti attuativi e quindi era inefficace.

Fu duro l’atto di accusa che il presidente Pertini lanciò in un appello televisivo dopo aver visitato le zone di Irpinia e Basilicata che non erano state raggiunte prontamente dai soccorsi, e il presidente si chiedeva come mai questa legge si fosse impantanata in Parlamento.

Zamberletti fu nominato commissario straordinario per gestire l’emergenza in Friuli, nel 1976. In quel caso due fattori influenzarono positivamente la gestione dell’emergenza: la presenza nella zona di numerose caserme dell’esercito, con tanti soldati di leva che furono da subito impiegati nel soccorso ai sopravvissuti e nello sgombero delle macerie, e il fatto che il Friuli fosse una regione a statuto speciale, status che le permise di avere maggiore libertà e autonomia decisionale.

Gli evacuati furono ospitati nelle strutture ricettive della costa adriatica e potevano quotidianamente fare i pendolari per tornare nei propri paesi distrutti e seguire le operazioni. Sulla scia della buona esperienza friulana, Zamberletti fu chiamato in causa dal governo Forlani anche dopo il sisma del 23 novembre 1980. Le dimensioni della catastrofe erano maggiori, la zona colpita molto più vasta così come era maggiore la massa di evacuati da assistere.

In questo caso i soccorsi non furono rapidi, i grandi convogli dell’esercito si mossero male nelle vie di accesso all’appennino campano e lucano, tenendo anche conto che molte strade e ponti erano crollati. Per arrivare alla nomina di Zamberletti, inoltre, bisognò aspettare 48 ore; il terremoto era avvenuto di domenica, il consiglio dei ministri si riunì il lunedì e solo dal martedì, il 25 novembre, Zamberletti fu operativo e prese visione della situazione nelle zone terremotate.

I mesi che seguirono alla scossa di novembre in Irpinia furono mesi di convulse attività, con tante criticità da gestire e numerose pressioni. Zamberletti tentò di applicare lo stesso modello organizzativo del Friuli, proponendo il “piano S”, come sgombero, per spostare gli evacuati sulla costa. Ma i terremotati non accettarono questo piano, vista anche la distanza dai villaggi costieri.

Allora Zamberletti avviò una lunga e metodica fase di ascolto delle comunità terremotate, stabilendo un rapporto diretto coi sindaci ma non rifiutando nemmeno il confronto con le assemblee dei terremotati e dei volontari, che avevano creato i “comitati popolari”.

L’idea che sbloccò la confusione iniziale fu quella di gemellare ogni comune terremotato a una regione, provincia o città metropolitana, ma anche alle altre nazioni, in modo da razionalizzare gli interventi dei volontari che stavano arrivando in maniera cospicua nelle zone colpite portando ingenti quantità di beni di prima necessità. Inoltre, ad ogni sindaco il commissario affiancò un generale dell’esercito per coordinare gli scavi, la rimozione dei cadaveri e delle macerie, la collocazione delle tendopoli e delle mense da campo. Il piglio decisionista e la grinta del commissario gli valsero anche qualche critica, in particolare da alcuni politici locali che vedevano in parte minacciata la loro funzione e accusarono Zamberletti di aver posizionato il suo commissariato a Napoli invece che nei capoluoghi più prossimi all’epicentro.

L’impegno profuso in Irpinia e la vasta esperienza sul campo gli valsero la nomina a ministro senza portafogli nel 1982.

Anche se ormai la necessità di una legge per la Protezione civile era un dato di fatto, il percorso di approvazione fu lungo e accidentato e si concretizzò solo nel 1992, per una serie di problemi legati al ruolo istituzionale (la sovrapposizione di funzioni tra il ministro per la Protezione civile e il ministro dell’Interno).

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